03/18/08 10:22

Siti amici

NEUROTHON

AILU

GRUPPO AMN

RUSTICI NELLE MARCHE

METEOFINANZA

SHOPPING ON LINE

 

 

 

• Home • Malattie neurologiche • ALD-AMN • Forum • Trova la malattia • La fatica • Voglia di scrivere • I Vostri pensieri •

Aiutiamoci !

Questo è uno dei miei racconti, l'ho scelto per rimanere in tema col sito, voglio che sia un messaggio di speranza per chi ha paura di non farcela. Grazie in anticipo a chi lo leggerà e mi farà sapere quello che pensa a: fabluz@tiscali.it

Margherita

Avevo più volte sentito parlare di lei, la Beata Margherita della Metola o di Castello, una terziaria domenicana, in pratica una suora laica, vissuta a cavallo fra il XIII e il XIV secolo. Nata cieca e storpia, abbandonata dai genitori all’età di sei anni, cresciuta in convento e poi figlia adottiva, fin da piccolissima era riuscita ad accettare il suo corpo e a dedicare la sua vita agli altri. La tipica storia di centinaia di santi, specialmente nel medioevo. Questa storia però mi aveva colpito di più, soprattutto per i particolari dell’infanzia, per la capacità, incredibile in una bambina, di affrontare il dolore. Ho sempre creduto che la santità, se davvero esiste, si guadagna con la vita. In questo caso no, sembra addirittura innata. E così ho deciso di andare a vedere più da vicino, per capire, imparare, accettare. Accettare, innanzitutto, accettare questo corpo, che non risponde più ai miei comandi. E poi imparare, soprattutto imparare che non sempre i desideri, i sogni riescono a diventare realtà, almeno non nel modo in cui ce li eravamo figurati all’inizio, ma spesso il risultato finale non è tanto peggio di quello che speravamo. Infine capire, capire come si possa amare, ascoltare, aiutare gli altri quando ci sembra che saremmo noi i primi ad aver bisogno di essere amati, ascoltati, aiutati.
E così una mattina presto sono partito, da solo, per visitare i luoghi della nascita di Margherita. Ho risalito la valle del Metauro, fino alla valletta che conduce alla Metola, contrada rurale ormai disabitata. Il panorama è quello tipico della campagna umbro-marchigiana, con boschi che si alternano a campi coltivati, paesi ricchi di storia, piccole chiese di campagna, con una industria che cerca di farsi strada, nonostante la viabilità del tutto precaria.
Appena infilata la stradina sterrata che conduce all’Oratorio della Metola il panorama cambia completamente. Intere cortine di rovi intrecciate a vitalbe formano fitte pareti ai lati della strada, mentre querce secolari creano una sorta di galleria che il sole forte di agosto scalfisce appena. Fermo il motore. Gli unici rumori sono un intenso frinire di cicale e il gorgoglio sommesso del ruscelletto che scorre poco sotto la strada. Se potessi continuerei a piedi. Non posso. Riparto. Pian piano la strada sale, e la vegetazione si dirada, lasciando il posto a campi coltivati blandamente, quasi per sbaglio. L’ultimo tratto di strada si inerpica ripido e dissestato, quasi a voler conservare la quiete del luogo, e a trattenere gli automobilisti impreparati dal violare quel silenzio.
In cima la strada, o quel che ne resta, spiana un po’. Un enorme casolare in pietra sorveglia severo il sentiero che porta all’Oratorio. E’ completamente diroccato, un leccio cresciuto per caso nel salone spunta ardito dal tetto, quasi a voler dimostrare che ormai chi comanda è lui.
Dove la strada si allarga appena lascio la macchina sul ciglio della scarpata, e scendo. Il vialetto che porta all’oratorio è poco più di una mulattiera, impensabile affrontarla su quattro ruote. L’oratorio sarà ad almeno cinquecento metri da lì. Che fare?
Le mie zampette dicono: “no, no.” La testa chiede: “chi ti viene a riprendere?” Il cuore mi dice: “cosa vuoi che sia mezzo chilometro?”
Per una volta nella vita decido di fregarmene delle buone ragioni, do retta al cuore.
I primi passi sono i più difficili, nonostante l’aiuto del bastone fatico ad assestare i piedi sul terreno accidentato, l’appoggio è un po’ precario. Pian piano prendo le misure alla strada e a me stesso, sono molti mesi che non cammino in mezzo all’erba. Ogni tanto mi viene da pensare che se cado ho l’alternativa di raggiungere un albero a carponi per rialzarmi o chiamare i Carabinieri, ma mi sforzo di guardare avanti e di continuare. Ormai la macchina è lontana, siamo in ballo, e balliamo.
Dopo un po’ mi fermo, appoggiato a una quercia sul ciglio del sentiero. Una idea strana, strana per un credente poco praticante come me, mi serpeggia in testa, insinuandosi fra gli altri pensieri. Perché lo sto facendo? La semplice curiosità di vedere un posto non basta a giustificare tutto questo. Rischiare di trovarmi in difficoltà e dover chiedere aiuto a qualcuno è una cosa che ho sempre evitato come la peste. Ma non sto forse già chiedendo aiuto a qualcuno? A lei? Sto chiedendo una grazia? Fa troppo pellegrinaggio a Lourdes. Sto chiedendo una mano? Già più accettabile. Certo che se in qualche modo Margherita riuscisse a correggere il mio patrimonio genetico tarato si avrebbe la prova lampante, inconfutabile, che i miracoli esistono, alla faccia di tutti i miscredenti. No, troppo plateale, un miracolo è una cosa più sottile. Dicono che i miracoli servono a chi non crede. Peccato però che siano disposti a crederci solo quelli che già ci credono. Rimuovo questi pensieri, a cavallo fra il mistico e il blasfemo, e tiro avanti.
Di sicuro questo è il posto, fra quelli che ho mai visto, che più ispira una idea di serenità, di pace fisica e spirituale. Un verde intenso mi circonda su ogni lato, numerose piante con tanti anni addosso fanno la guardia a quella piccola casupola che si vede in lontananza, come a volerla proteggere dal vento, dai suoni. Ci si sente come circondati da un mare di ovatta, che attutisce tutte le sensazioni senza spegnerle. Le cicale che in basso nella valle riempivano l’aria della loro gioia sembrano scomparse.
In alto sul colle occhieggia fra le piante una torre tutta storta. E’ la torre della Metola, ultimo residuo del piccolo castello in cui nacque Margherita nel 1287. Sembra li per sbaglio. Non è raggiungibile da questo lato del colle. O almeno non è raggiungibile per me, bisogna arrampicarsi.
Riprendo il cammino, un passo dopo l’altro, facendo attenzione a non inciampare sulle vitalbe che qua e la serpeggiano attraverso il sentiero. Con quelle potrei fare una frittata, una volta era la mia passione. Una volta erano tante le mie passioni, cercare cose nei boschi era una di quelle. Anche i noccioli sulla scarpata mi fanno l’occhiolino. Quassù probabilmente vengono in pochi a raccogliere, in paese dove ho chiesto informazioni hanno sgranato gli occhi quando ho parlato di questo posto. Osservando i rovi carichi fino all’inverosimile di more ne ho la conferma.
Fra una cosa e l’altra mi sono dimenticato di prendere qualcosa da mangiare, e il mezzogiorno si sta avvicinando. Saltare un pasto aiuterà la mia dieta, e quel po’ di sofferenza potrà solo far bene alla richiesta di una mano a Margherita. Strada facendo comunque assaggio qualche mora, quelle più a portata di mano.
L’ultimo tratto è molto in salita, sono lì lì per rinunciare, ma poi guardo indietro e mi rendo conto che quei venti metri, anche se ripidi, non sono niente in confronto a quelli che ho già fatto. Stringo i denti e arrivo in cima. Una panchina di pietra, o meglio delle pietre disposte a panchina, sembrano messe lì per me, sotto una quercia carica di storia, proprio al termine del sentiero. L’oratorio è molto piccolo, più ancora di quanto non sembrasse, tutto in pietra a vista, con qualche sasso a fermare i coppi sul tetto.
Ha quasi quattrocento anni, e li dimostra tutti, nonostante qualche stuccatura a calce dimostri che qualcuno di recente ha cercato di aiutarlo a stare in piedi. Ai tempi di Margherita qui doveva esserci una casetta, o forse un ricovero per animali, poi sostituito nel Seicento dall’attuale costruzione per opera di un devoto della beata.
Nel mio sentirmi fortissimamente padre mi rifiuto di accettare la leggenda che racconta come i genitori, distrutti dalla vergogna per una figlia cieca e deforme, la rinchiudessero in quel ricovero da animali per non farla vedere a nessuno, e preferisco pensare a una piccola casa solitaria con una grande balia a cui Margherita era stata affidata per tenerla al sicuro dalle lotte fra i castelli della zona.  E quella balia, insieme a un parroco di campagna, più simile a un padre che a un insegnante, aveva fatto crescere la bimba circondata di affetto, di storie dal Vangelo e di leggende medievali, accrescendo la sensibilità già esasperata di una bimba il cui unico contatto con l’esterno erano l’udito e il tatto.
Una brezza leggera da nordest mi accarezza dolcemente gli ultimi capelli rimasti, mi lascio cullare e mi abbandono ai pensieri. Il primo pensiero è triste. La mia bambina, due anni nemmeno, è bella, allegra, ha una vita piena di attenzioni e di interessi, tanta salute, e due occhi scuri pieni di gioia. Il contrasto con la storia che sono andato a cercare è lancinante. Chiudo gli occhi e provo a tornare bambino. Ricordo la curiosità per tutte le cose nuove, gli esperimenti, le avventure che con mio fratello e qualche amico costruivamo nel giardino dietro casa. Le immagini scorrono veloci, confuse ma anche vive, presenti.  E poi provo di nuovo a tornare bambino, ma un bambino diverso, senza occhi e senza la possibilità di correre. Cerco, stringendo forte gli occhi, di stabilire un contatto con quello che ho intorno usando tutti gli altri sensi. Giro la testa intorno, cercando di cogliere i piccoli rumori e cercando di capire da dove provengono. Così è troppo facile, io so, conosco gli insetti e le cose che producono quei rumori. Mi fingo su un altro pianeta, dove tutto è nuovo, sconosciuto. Aspiro profondamente l’aria tiepida che mi porta forte il profumo degli abeti sotto la torre, insieme all’odore un po’ aspro della terra appena arata. E provo ad associare quei rumori e quegli odori a esseri strani ed evanescenti, sforzandomi di non dargli un aspetto definito, ma lasciandoli in un alone incerto. Poi cerco di sentire con le mani tutto quello che ho intorno. Comincio dal bastone, questa presenza così odiata e cara, e in alcuni momenti così rassicurante. Faccio scorrere le dita lungo il fusto, accarezzo la punta, morbida, gommosa, e poi risalgo verso il manico, a me così familiare. Ma così, con questa intensità, non lo avevo mai apprezzato, sembra diverso, vivo, con una sua identità. Mi alzo in piedi, e con la sensibilità che mi è rimasta cerco di sentire il terreno sotto di me, mentre faccio i tre passi che mi separano dalla casetta. Al terzo passo mi sbilancio in avanti, ma stringo forte gli occhi per non aprirli e spero di non aver sbagliato la distanza. Il muro è lì, forte, non mi tradisce. Accarezzo le pietre, una ad una, pensando alla loro età, che però è troppo grande, quasi indefinita. Da quanto tempo sono lì, murate? Penso a tutte le persone che come me si sono appoggiate e che sicuramente hanno lasciato un segno delle loro presenza, a tutte le cose che quelle pietre hanno visto, visi, tempeste, terremoti, senza mai lasciare il loro posto. Cerco di accarezzare tutte le mani che si sono appoggiate a quella pietra, le sento una ad una. Mani piccole, di bimba, mani callose di contadini, ancora sporche di terra ma calde, forti, mani di donna, sottili, sfuggenti. Ognuna di quelle mani ha una storia da raccontare e tutte, nessuna esclusa, sono venute fin qui per Margherita, e ognuna ha lasciato qui parte di se stessa. Quelle pietre sono la memoria di quel posto, e ad ognuno raccontano la stessa storia, sempre uguale ma diversa per ogni ascoltatore. Scorro lungo la parete, fino alla porta. Accarezzo il legno, anche lui lì da sempre. Spingo, ma è chiuso. Fa lo stesso, l’Oratorio non è la casa di Margherita, quella andò distrutta tanto tempo prima. Un passo dopo l’altro cerco di rendermi conto delle dimensioni di quello che sento. La casetta è piccola, ma così palmo a palmo sembra non finire più, l’universo se non lo vedi è ancora più grande. Mi rendo conto che l’infinito lo si può “capire”, e soprattutto sentire, solo ad occhi chiusi. Anche Leopardi, per figurarsi l’infinito dovette celarsi dietro una siepe. Quanto è stato grande il tuo mondo, Margherita?
Finito il giro dell’Oratorio torno a sedermi sulle mie pietre. Forse su queste stesse anche lei, bambina, aveva trovato un solido appoggio alle sue esili membra, cercando con le mani di conoscere ed esplorare quel mondo precluso ai suoi occhi. Provo ad occhi chiusi a sentirmi neonato, e poi bambino. Sento il viso della mamma, morbido, fresco, il seno della balia, grande, accogliente, turgido di latte. Le voci, un nitrire di cavalli, il ponte levatoio che cigola, le ruote del carro che sbattono sul selciato e poi… Nulla, non sento più la mia mamma, per tanto tempo solo silenzio. In sottofondo si avvicina una voce di donna, familiare, parla in modo concitato con un’altra, maschile. Dopo un po’ il calore del seno mi ridà un po’ di serenità, non è cambiato niente. Per molto tempo quelle due voci, la balia e il prete, terranno compagnia ai miei giorni, pieni solo dei rumori della campagna intorno. La mamma quando viene da me non parla, non vuole che mi affezioni alla sua voce, ma io la sento, sento che è lì, una presenza dolce e disperata. E quelle storie, la vita di un bambino, Gesù, che cresce in un posto lontano. Cosa vuol dire lontano, cosa è lontano? Io conosco solo una stanza e questo giardino davanti a casa. Mi immagino una cosa lontana come qualcosa che si raggiunge camminando per molto tempo, stringendo una mano che ti guida, superando salite, discese, oltre il torrente che fa rumore laggiù in fondo. No, il prete dice che quel lontano è molto più lontano, per cui rinuncio a figurarmelo, e mi immagino un posto dove le cose abbiano una forma completamente diversa, siano tutte calde calde, per quel sole che non riesco ad immaginare ma che riesco così bene ad avvertire nei sui benefici effetti, così piacevole quando trasmette calore alle mie ossa tanto fragili. E poi mi hanno detto che è lui a far crescere le piantine e le erbette che amo tanto accarezzare in giardino, piccole cose vive e silenziose che cambiano un po’ ogni giorno sotto le mie mani. Deve essere una cosa grande e forte, il sole, se riesce a far diventare ancora più grande anche la grande pianta vicino alla casa. Mi piace toccare, ma ancora di più mi piace ascoltare, i rumori, la pioggia, il sussurro morbido della neve che si posa, e poi le voci, le voci… Ogni tanto arriva qualcuno di nuovo nella casa, vengono a trovarmi, perché in paese dicono che sono strana, diversa. Chissà cosa vuol dire diverso. Forse perché han detto che mi manca qualcosa che gli altri hanno, la vista, ma cosa è la vista? Dicono che serve per conoscere le cose, per capire se una cosa è bella oppure no, ma queste cose riesco a farle anche io, per cui non capisco la differenza, non mi sento diversa. E poi la mia schiena, cosa ha di tanto strano? Ho toccato tanti visi, tante mani, accarezzato tante cose, e non ne ho mai trovate due uguali, per cui tutto dovrebbe essere strano se è diverso da tutto il resto, non solo la mia schiena. Ad esser strani sono questi esseri che ho attorno, ma sento che mi vogliono bene, e tanto mi basta. Sono contenta quando arrivano persone nuove, mi piace ascoltarli, raccontano tante storie, chiedono consigli. Io non posso darne, non ho esperienze, ma comunque a tutti dico di essere felici, perché il mondo è meraviglioso, ci sono tante cose belle, dappertutto, talmente tante che non si riesce a contarle, e più ne trovi più diventa tutto bello. E’ bello in estate, quando il sole ti riscalda tutta, e i giorni sono così lunghi che ti sembra che il mondo non voglia mai dormire, è bello in inverno, quando il freddo ti fa passare i brividi lungo la schiena e il fuoco nel camino ti riscalda tanto le guance che sembrano scoppiare. E poi il vento, in ogni stagione ti porta profumi diversi, e sembra voglia accarezzarti con la sua dolcezza. Lo senti passare, avvolgerti, e sai che viene da lontano, forse tanto lontano quanto la terra di Gesù. Ed è bello pensare che i profumi che senti vengano anche loro da laggiù. Questo bimbo diventato uomo, questa storia così bella e così triste, ritorna sempre nei miei pensieri, la nascita difficile, la povertà, le sofferenze, lo sento così vicino che quasi potrei parlarci. E in fondo ci parlo, nei miei pensieri, ma ci parlo. Anche lui ama ascoltare le mie storie, così come a me piace ascoltare quelle della povera gente che viene a trovarmi. E mi sento meno sola…
Le sensazioni si sono acuite enormemente da quando ho chiuso gli occhi, avverto il minimo rumore, anche gli insetti intorno a me riesco a distinguerli uno a uno, quasi mi sembra di sentire il ragno mentre tesse la sua tela sotto il cornicione. E’ solo immaginazione o è questo posto che mi gioca brutti scherzi? Probabilmente mi sono solo lasciato suggestionare dalla bellezza intensa che mi circonda.
Un crampetto allo stomaco mi ricorda ogni tanto che non ho pranzato, forse è il caso di tornare indietro. Mi appoggio un’ultima volta alla parete dell’oratorio, sfioro con le dita le pietre che mi hanno appena raccontato di un altro mondo, di un’altra vita, e di un tempo, il medioevo, che finora mi ero sempre figurato lugubre e grigio e che adesso invece mi pare così vivo e luminoso.
Dopo aver dato un’occhiata intorno, per fissare nella memoria quel posto, comincio lentamente a tornare sui miei passi. Il ritorno è più difficile, perché in discesa. Cerco di non scivolare sulla breccia, posando i piedi sull’erba, che però mi fa un po’ inciampare. Ogni tanto sento il polso cedere sul bastone, per oggi ha avuto la sua bella strapazzata. In lontananza si vede l’automobile, sotto il vecchio casolare. Forse sarà il caldo, ma somiglia molto a un miraggio. La vecchia quercia a metà strada mi aspetta per fornirmi un saldo appoggio, che uso solo per un po’, perché le gambe stanno protestando ed è il caso che mi sbrighi prima che mi lascino definitivamente “a piedi”. Come sempre gli ultimi passi sono i più difficili. Capita spesso quando vedi che la meta è vicina di fare qualche errore, di commettere qualche stupidaggine dovuta alla fretta. Così anche questa volta, a pochi passi dall’automobile, sbilanciato nello slancio per raggiungerla, mi annodo con il piede a una vitalba e precipito sul fianco. Stamattina avrei bestemmiato, secondo tutto il più recente repertorio toscano, ma adesso, stupito di me stesso, mi accorgo che sto ridendo, da solo, come un idiota. Rido perché sapevo che sarei caduto in quel modo scemo, rido perché in fondo me lo meritavo, per le mie idee mistiche dell’ultimo minuto, rido perché… Raggiungo a quattro zampe la macchina, sentendo bene che le mie ginocchia sono molto più sensibili dei piedi ai sassolini aguzzi, mi rialzo aggrappandomi a uno specchietto, che per poco non mi resta in mano. Mi scrollo i pantaloni, mi sgranchisco un po’, mi appoggio al cofano. Sollevo lo sguardo verso la torre, seguo il bosco fino all’oratorio, con la brezza leggera che asciuga le ultime stille di sudore sulla mia ampia fronte. Mi guardo intorno, e rimango di nuovo intontito da tanta bellezza. Penso al volo di poco fa e sorrido di nuovo. Forse qualcosa è cambiato davvero, grazie Margherita.

 

 


 

 

• Home • Malattie neurologiche • ALD-AMN • Forum • Trova la malattia • La fatica • Voglia di scrivere • I Vostri pensieri •

Sito aggiornato il 01/25/08